Berlin. Tagebuch Einer Verlorene.
Berlino / 12. Humana.
Humana è il nome di un negozio che c'è a Berlino, e chissà in quante altre parti della Germania, o del mondo. Negozio di vestiti usati: i soldi che dai, servono a progetti umanitari in Africa. Aiuti a bambini, a villaggi, a popoli interi. Quello che vedi, a Berlino, è un grande hangar pieno di vestiti. Tutti puliti, tutti ordinati per colore. Tutti con il loro economicissimo prezzo. Altrove, sarà il negozio della Salvation Army, dell'esercito della salvezza. Come a New York, o a Washington. O a Milwaukee, un negozio di vestiti di seconda mano di cui hai dimenticato il nome. C'è sempre un ripostiglio, una soffitta, un deposito di quello che altri hanno indossato. E che ora offrono a te. Ti senti un fratello minore, per questo ti piace. O forse, in quegli abiti che hanno una vita, una storia, un passato, senti di poter afferrare anche tu un cammino, una storia da aggiungere alla tua.
Io non lo so perché amo gli abiti usati, forse solo perché non costano quasi niente, e non sono mai rigidi, artificiali, ostili come quelli nuovi. Sono morbidi, sono affettuosi. E poi mi immagino di essere un po' come quell'americano, o come quel tedesco che ha indossato quell'impermeabile, quei pantaloni, quella giacca. E' come scoprire tesori, infilarsi in quel magazzino. E poi, in Germania, in quei negozi ci sono vestiti forti, pronti per affrontare il vento, la neve e la mala sorte.
Ci sono vestiti buoni per nascondere i battiti del cuore. Ci sono vestiti buoni per fare gli equilibristi sul filo dei pensieri. Ci sono vestiti buoni per affrontare la campagna di Russia, per affondare nella neve con scarpe di pietra e cappotti di ghisa, con cuori d'acciaio e anima fiammeggiante. Che questo ci vuole, qui in questa pianura di Prussia, qui in questa neve, qui in questa distesa infinita di brina coperta da strade e palazzi grigi con le finestre grandi, e dentro una luce quieta, ogni casa un silenzio.
Ci sono vestiti buoni per fare Carnevale e vestiti buoni per fare un regalo, ci sono camicette leggere e maglie dello Schalke 04, del Bayern Munchen, maglie di portieri di chissà quale squadra, maglie dell'Hertha Berlin e tute sgargianti, ci sono i vestiti di Cristiana F. che strisciava nello zoo di Berlino degli anni '70 e ci sono vecchi occhiali. Ci sono anche piccoli animali di peluche, non costano quasi niente. Non li avevo visti, per anni, questi animali. E oggi, sopra uno scaffale, vedo un cane di peluche. Un cucciolo di cane, color champagne, o color sabbia bagnata. Con le orecchie grandi e il naso morbido. Con l'aria davvero innocente. Chissà a chi è venuto in mente, di disegnarlo così, così tondo, così bambino.
Il cane di peluche sta sopra uno scaffale di cappotti da donna, tutti di lana, anni '60, sembrano i cappotti che aveva mia madre, ci starebbe bene una 600 Fiat lì nel mezzo. Sta lì sopra, e nessuno se ne accorge. E' lì per abbellire un po', non per essere venduto. Sta tutto adagiato sul metallo, a sonnecchiare, con le orecchie basse.
Non ho mai avuto il coraggio di volere un figlio fino in fondo. E neppure di comprare una macchina, che è già un inizio per sognare una famiglia, o qualcosa che ci vada vicino. Non ho mai neanche comprato un cane vero, per senso di responsabilità, credo. Perché non ho una vita stabile, e perché a un animale non puoi spiegare “stai tranquillo che ritorno”. E un animale soffre, senza capire perché, senza che nessuno possa spiegargli il futuro, o le intenzioni. Insomma, non sono stato capace di comprare neanche un cane. Non sono mai stato capace di concepire una felicità che comprendesse almeno un altro essere vivente, oltre me. Compro il cane di peluche, costa cinque euro. Almeno te, ti porto via da qui.
Berlino / 13. Il rosario nero.
Esco da Humana, con un cane grande e imbarazzante, color mare d'inverno, che mi guarda in silenzio. Non so come portarlo, è troppo grande per lo zainetto. Alla fine decido di tenerlo in braccio, come fosse un bambino.
La metropolitana arriva presto. E' un lampo, una scia, un pensiero banale che interrompe tutti gli altri. Si pensano cose banali, in metropolitana. Entra dentro, entra in tempo. Ascolta la voce registrata. Einsteigen, bitte. Zuruck bleiben! Nachster Bahnhof, Wittembergplatz. Nachster Bahnhof, Nollendorfplatz. Nachster Bahnhof... E' un rosario, che ti annulla i pensieri. Ma oggi c'è una novità. Questo vagone di metropolitana è più moderno. Ed è il primo della fila. Dal vetro oscurato, si può guardare in avanti. Si può guardare dritto dentro i binari, dritto dentro il buco nero. Il buco nero in cui il treno si infila, passata l'oasi di luce e di gente della fermata.
Che cosa c'è tra una fermata e l'altra? Che cosa c'è in quel buco nero di minuti che passa tra una frenata e l'altra, tra un mucchio di gente e l'altro, tra una voce registrata e l'altra? Che cosa c'è tra i grani di quel rosario? Che cosa vede il guidatore, quando si infila in quel nero?
Posso vederlo, adesso. Posso scoprire che cosa c'è in quel tempo vuoto tra i nomi di due fermate. E penso che, in quel tempo vuoto, il guidatore passa le ore, i giorni, e qualche volta la vita. Per tutta la giornata, vede un tunnel. Che cosa gli si muove nella testa, che cosa immagina durante quel viaggio infinito nel nero? Di che cosa ha voglia, quando esce di lì? Che cosa gli manca di più, che cosa gli manca più forte, quando striscia dentro quel niente per ore e ore?
Da una stazione all'altra, ci sono binari, rare luci, curve dell tracciato di ferro che invece sembra sempre dritto, e poi una promessa di chiarore lì in fondo, finché non si arriva al flash di una nuova stazione. E poi ancora buio, pareti di pietra o di muro strette addosso al treno, e i fari della metropolitana che illuminano una porzione di spazio, piccola, quanto basta per andare avanti. E poi di nuovo un attimo di luce.
Vivere è una tela di cose con cui riempire i lunghi intervalli tra un momento e l'altro di felicità.
Lo cantava Claudio Lolli, tanti anni fa. La vita è sempre come quegli spazi tra una fermata e l'altra. Poi, per fortuna, sale su gente. E per un attimo, ci dimentichiamo del buio.
Ma io sono più fortunato del guidatore della metropolitana, mi dico. Io ho girato i paesi del mondo. Io ho visto le persone, e le città. Io conosco la vita. Sono stato al cinema, io. Ich Kenne das Leben, bin im Kino Gewesen. Era scritto su una spilla che avevo visto da qualche parte. Conosco la vita, sono stato al cinema. Il cinema mi ha insegnato i luoghi, le strade di New York e i deserti della Mongolia, mi ha fatto vedere Cuba con i suoi musicisti e la Normandia quando sbarcarono gli Alleati. Il cinema mi ha insegnato le parole, me le ha consegnate pulite, definitive, perfette. Sono io che le ho dimenticate tutte. Il cinema mi ha insegnato le emozioni. Tutte. Le ho conosciute, le ho vissute lì, prima che sulla pelle. Il mio tunnel è stato molto colorato, pieno di poster. Poi, qualche volta, alle fermate è salita su gente. La gente che mi ha carezzato l'anima, per un po' almeno.
Vero? Dico al cane di peluche, quando scendiamo alla nostra fermata. Lui non risponde, e capisco che ha capito.